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Settimanale di informazione della diocesi di Chioggia, redazione: Rione Duomo 735 - tel 0415500562 nuovascintilla@gmail.com
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Libri, tra adulti e adolescenti

Le età della lettura

Molti adolescenti divorano libri. Ai grandi basterebbe cambiare approccio

la-ragazza-l-adolescente-legge-i-libri-9259642L’Istat aggiorna i dati riguardo le abitudini di lettura degli Italiani e rivela che il 60% di loro non legge. C’è di più: pare che negli ultimi sei anni si siano persi per la via tre milioni e trecentomila lettori. Eppure una fettina di appassionati divoratori di sapere resiste con orgoglio e appartiene ad una fascia d’età specifica. Che va dai tredici ai vent’anni. Il 52% di questi ragazzini curiosi e di belle speranze legge volentieri di tutto, anche volumi impegnativi, e il 12% riesce ad arricchire il proprio bagaglio culturale con almeno un libro al mese, esclusi gli scolastici. Alcuni di loro dichiarano di leggere appena hanno un momento libero, meglio se a casa sul divano con l’amico a quattro zampe accoccolato vicino. Viene quasi da abbracciarli idealmente questi tesori che fanno sperare in un domani con più consapevolezza e saggezza, perché il luogo comune prevede che si diventi saggi con l’età, ma tutto sta nella preparazione precedente. Come esistono adulti e anziani infantili, così possono esserci adolescenti che hanno già capito tante cose e che, per indole, non si sentiranno mai davvero arrivati e continueranno a voler scoprire, senza adagiarsi sul peso e sulla boria delle esperienze passate.

Le statistiche, in questo caso, sono affidabili perché trovano riscontro nella vita di tutti i giorni, soprattutto se ci si basa sulla convinzione, mai contraddetta, che leggendo si impari a parlare e a scrivere. Si prendano come esempio le conversazioni informali, quelle che si accavallano all’ora di punta al bar, nei ristoranti, alla posta o in banca, al supermercato. Nella maggior parte dei casi la varietà di vocaboli è alquanto scarna, le frasi sono più che brevi e i verbi non sempre trovano la giusta coniugazione. Il problema è generale, coinvolge tutte le fasce d’età ed estrazione sociale, non per niente ogni tanto spunta qualcuno che si lamenta, mani nei capelli e sguardo perso, di non riuscire a trovare persone con padronanza della propria madrelingua. Magari parlano discretamente l’inglese o lo spagnolo, ma l’italiano è povero. Sempre gli stessi termini, mai un sinonimo originale. L’abitudine e la comodità fanno la parte del nemico: perché cercare parole inusuali se tanto ci si riesce a capire lo stesso? Un tempo c’era la scusa del dialetto, poi ci si è convinti che la lingua scritta godesse di uno status di ufficialità che la lingua parlata non avrebbe mai conquistato. E chi cercava di alzare il livello del parlato veniva considerato un egogentrico, un so-tutto-io, per non coinvolgere termini concernenti l’evacuazione corporea. «Parla come mangi!», si diceva a mo’ di sfottò. Eppure se si legge la varietà arriva in automatico. L’abitudine alla molteplicità di termini intercambiabili porta a parlare in modo più ricercato senza impostazioni da parodia. Discutendo su questioni riguardanti l’infanzia ci si sofferma sempre a considerare il numero di parole che un bimbo dovrebbe conoscere in base all’età. Se si facesse con gli adulti e poi si cercasse conferma parlando con un campione di loro cosa si scoprirebbe? Che molti hanno un vocabolario povero perché leggono poco. E che, di conseguenza, leggono poco perché si innervosiscono nel non capire. Non sanno che leggere un romanzo con il dizionario di fianco non è mai una vergogna.
A nessuna età.  (Rosmeri Marcato)