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Settimanale di informazione della diocesi di Chioggia, redazione: Rione Duomo 735 - tel 0415500562 nuovascintilla@gmail.com
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Nella festa della mamma

Un vero dono per tutti noi

Vi racconto della mia mamma Ines, e di tutti i suoi preziosi insegnamenti

madre e figliaCari lettori, questa settimana vi parlo della mia mamma, perché mi piace ricordarla insieme a voi, e perché spero che tra le righe possiate cogliere qualche utile insegnamento.
Alla mamma è sempre piaciuto molto leggere. Diceva che per lei era una cosa grande: il suo modo per rilassarsi e imparare molte cose, senza bisogno di andare in giro. Fino a quando è andata in ospedale, tutte le sere andava a letto presto e leggeva almeno due ore. Non amava la televisione (eccetto i documentari che trovava istruttivi), però guardava il telegiornale ogni giorno e poi diceva che le cose andavano male, che c’era troppa cattiveria in giro, e che la colpa era della droga e di quelli che volevano avere troppo e non pensavano agli altri. Sosteneva che una volta le persone si aiutavano di più tra di loro, che ci si accontentava di poco e si era più contenti. Ci raccontava sempre dei tempi in cui mangiare ogni giorno non era scontato, della guerra, degli inverni gelidi e della miseria che imperversava. Lei era nata in campagna e papà la prendeva in giro, perché l’avevano portata a battezzare con il carretto tirato dal “musseto”. Ma i parenti contadini si sono rivelati una risorsa nei tempi difficili, perché un sacchetto di farina e un po’ di verdura erano sempre ben accolti dai suoi genitori che si erano trasferiti a Chioggia con i numerosi figli.

Fin da bambini, ci siamo accorti che in casa nostra c’era l’abitudine di aiutare chi aveva più bisogno di noi, che pure non avevamo grandi risorse. La mamma ci coinvolgeva in piccole missioni di aiuto e noi ci sentivamo utili ed eravamo contenti. Ci teneva molto che noi figli fossimo sempre puliti e ordinati e sosteneva che non era necessario avere soldi per esserlo, ma che bastava darsi fare. In quanto al cibo, si può dire che con poco sapeva fare molto, avendo ereditato la sapienza contadina dalla madre, che in cucina ci sapeva fare davvero. Una cosa che considerava fondamentale era che noi potessimo studiare e ha fatto in modo che lo facessimo. Dopo i figli sono arrivati i nipoti e lei era contentissima della sua tribù (ci chiamava così). Diceva che il suo gran lavorare e i sacrifici erano stati ben ricompensati. Non le pareva vero, poi, di avere la sua casa e una pensione che le bastava per fare tutto e diceva sempre: “Ringrazio il Signore per questi anni che posso vivere in tranquillità”. Era legatissima ai nipoti e loro ricambiavano nonna Ines coccolandola e facendole compagnia appena potevano. Un aspetto bello di lei è che non ha mai smesso di fare progetti belli anche in età avanzata. Amava la montagna e ogni anno progettava la vacanza di settembre, festeggiava le varie ricorrenze in compagnia della sua tribù, ci accoglieva tutti ogni domenica mattina con tè e dolcetti e sopportava pazientemente la grande confusione che facevamo, visto che eravamo in tanti e un po’ “vivaci”. Ricordo che, durante un pranzo organizzato per festeggiare il suo compleanno, ci ha guardati tutti e poi ha detto: “Se non ci fossi stata io, tutta questa bella tavolata non ci sarebbe”, ed era quasi stupita di questo fatto. Negli ultimi tempi, quando andare in chiesa le era diventato troppo faticoso, apprezzava le Messe domenicali trasmesse in TV, e poi ce le raccontava contenta. Nel periodo della malattia era felice di potersi confessare e comunicare anche in ospedale.
Due giorni prima di andarsene, mentre era in terapia intensiva, mi ha detto che non aveva abbastanza forza per pregare, ma le ho assicurato che era come se lo facesse. Poi le ho raccontato la storia dell’anziano ammalato che voleva sempre una sedia vicino al letto, così Gesù poteva sedersi vicino a lui, e lei è stata contenta, perché l’idea della presenza costante di Gesù le piaceva. Le abbiamo fatto compagnia anche noi fino all’ultimo, e ora ci manca la sua presenza discreta. Sappiamo, però, che non è finito nulla e che siamo ancora insieme. (A. Rosteghin)