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AAA adulti cercasi

Che genitori saranno questi adultescenti?

adultescenteLa chiamano “adultescenza” e, più che una sindrome, potrebbe quasi essere definita come una patologia sociale. Il neologismo è un regalo degli anni Novanta, epoca in cui dalle ceneri delle ideologie sorgeva il demone del relativismo. Epoca della crisi della famiglia e di grandi mutazioni socio-antropologiche. Oggi l’“adultescenza” è diventata una dimensione comune e una sorta di tendenza collettiva a permanere in uno stato di incompletezza, privo di certezze e privo di rischi. Nelle famiglie di un tempo esisteva una gerarchia, essa incarnava un certo simbolismo e affondava le sue radici nella tradizione. In questo quadro la figura paterna rappresentava la regola, la legge, l’autorità e quella materna era il grembo, l’affettività primordiale, l’educazione.
A un certo punto si è assistito a una orizzontalizzazione della famiglia. È mutato l’approccio relazionale dei genitori verso i figli, diventando uno stare insieme più “prossimo”. Questa prossimità si è tradotta in un modo di comportarsi, di vivere, di esprimersi e addirittura di abbigliarsi molto simile a quello dei propri figli.

In effetti, inizialmente questo scambio di ruoli ha sortito dei benefici. Le relazioni sono diventate più “fresche”, easy, smart… Ma alla lunga, il gioco delle immedesimazioni ha privato i ragazzi dei punti di riferimento. La stessa cosa è accaduta in parte nella scuola. E alla fine le famiglie stesse sono rimaste senza direzione, in balia dell’improvvisazione dei venti.
È come se l’età adulta a un certo punto si fosse rivelata fallimentare e la crescita avesse presentato delle pecche talmente insostenibili da indurre a una sorta di rinuncia sociale. È mancata la corrispondenza tra il singolo e il contesto. La fluidità della realtà contemporanea, con il suo continuo movimento e la sua indefinitezza, ha portato con sé una serie di importanti modificazioni degli assetti delle persone. L’educazione è diventata una specie di esercizio di proiezione delle proprie aspettative e dei propri desideri, non più un percorso di introiezione e di costruzione delle esperienze e degli stati d’animo.
A metterci il carico, certe atmosfere e talune illusioni veicolate dalla tv e dagli altri media. E poi le regole del mercato, al centro del quale staziona senza alcun antagonista un unico modello di riferimento: bello, magro, griffato e “adultescente”. Questa fenomenologia ha eroso gli spazi dedicati ai contenuti, a beneficio di un limbo indefinito e liquido, ma soprattutto vuoto. In questo vischioso liquido amniotico nuotano i nostri giovani, alla ricerca di un varco quasi impossibile da trovare. La famiglia “isola felice” è stata investita da tsunami e i naufraghi fanno fatica a trovare una riva di approdo. (Silvia Rossetti)

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