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Settimanale di informazione della diocesi di Chioggia, redazione: Rione Duomo 735 - tel 0415500562 nuovascintilla@gmail.com
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L’arte del passaggio

Dall’assemblea nazionale superiore maggiori

“La formazione nella vita religiosa”. Una sintesi della “nostra” priora generale

Superiori-generali-RomaAl Conference Center di Roma, sulla via Portuense, più di 300 superiore generali si sono incontrate, dal 19 al 21 aprile, per l’assemblea annuale. Il tema, particolarmente interessante, riguardava la formazione alla vita religiosa. È stato presente fra noi, nella prima giornata, fratel Luciano Manicardi, nuovo priore della comunità di Bose, che ha presentato il tema: “Dall’individuo alla persona”. Da sfondo della sua riflessione, alcune domande che non possiamo eludere. Una persona formata è integrata, è unificata. Nella letteratura monastica, ha proseguito il padre, non c’è formazione come la intendiamo noi oggi, perché era la vita stessa che formava il giovane. Infatti ‘formazione’ è trasformazione della persona verso la piena maturità di Cristo. Innanzitutto dobbiamo parlare di ‘comunità formativa’ e interrogarci quale promessa di vita possiamo esprimere e mantenere.

Il relatore ci ha fatto riflettere ulteriormente sulla comunità affinché la giovane possa riuscire a fare il passaggio dall’Io al Noi. Alla radice di ogni vocazione c’è il desiderio della persona di vivere la vita in pienezza. La Scrittura è uno specchio che trasmette l’immagine trasformante di Cristo. La vita è uno specchio che mi rivela chi sono. Questo per quanto riguarda la ‘comunità formativa’. La formatrice, prima di tutto, deve essere una persona formata, una donna di ascolto e di accoglienza perché con l’ascolto si aiuta la persona a crescere. Inoltre è necessaria la mitezza, la capacità di mettere dei limiti alla propria presenza, non essere invadente. La formatrice, secondo il relatore, deve saper allargare gli orizzonti della giovane. Far emergere gli interessi. Dare responsabilità. Avere buona maturità affettiva.

La biblista Marinella Parroni, partendo dalla presentazione delle linee teologiche della lettera ai cristiani di Efeso, è passata alle esortazioni di carattere etico e si è soffermata sulla dimensione cristologica ed ecclesiologica della lettera. Dentro questa ecclesiologia cristocentrica viene collocata la catechesi: il vivere cristiano comporta adesione a uno stile di vita che ha nel Cristo, l’uomo nuovo, il suo modello.

Essere ‘cristiani-santi’ vuol dire saper esercitare la diaconia in modo responsabile, in funzione dell’edificazione del corpo di Cristo e a questo devono mirare gli sforzi di coloro che edificano la comunità con la parola.

La dimensione cristologica della lettera agli Efesini, ha esordito la biblista, non è centrata sul Nazareno, ma piuttosto sul Cristo ormai glorioso a cui l’autore applica le parole del salmo: “Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini” (4,8). Ed è sul Cristo glorioso che la chiesa nel suo insieme prende la misura di se stessa, la pienezza di Cristo.

La dott.ssa Maria Campatelli ha posto la domanda: “Qual è il tipo di vita a cui bisogna formare?”. La relatrice fa notare come la parola ‘formazione’ abbia una storia recente. La parola ‘forma’ indicava originariamente l’immagine integrale completa di un essere giunto alla sua perfezione e alla sua maturità “secondo la propria specie”. La ‘forma’ del cristiano è Cristo, è essere figlio. Si tratta di ‘partecipare’, non di ‘imitare’. L’inizio della vita cristiana è in questo lasciar scorrere in me la vita nuova assunta nel battesimo. Possiamo parlare quindi in modo più corretto di ‘probazione’ e non di ‘formazione’. Infatti, si tratta di provare per vedere di che vita vivono le persone che ci sono affidate. La formazione è una probazione, è un discernimento. È il Padre che pota e pota nel concreto della vita quotidiana. Si tratta allora di mettere le persone nelle reali situazioni di vita perché lì viene fuori la verità; è la vita che prova, la vita normale.

Suor Cristina Cruciani, delle Pie Discepole del Divino Maestro, con una passione che ha coinvolto tutte le ascoltatrici, ha presentato la liturgia come cammino formativo perché davvero ‘la liturgia forma’! Il Concilio ha ridato in mano ai fedeli la Scrittura e ha rinnovato la Liturgia. La vita nuova ci viene dal battesimo. Lo Spirito è la vita stessa del Padre in noi. I sacramenti sono realtà concreta e trasformante. La cresima conferma che siamo figli, ma ci dà un supplemento di Spirito Santo per agire come figli. L’eucaristia abilita a fare della nostra vita un dono, come ha fatto Gesù. È sorgente di carità. Il sacramento della penitenza ci aiuta a diventare vere perché Gesù è la verità. Evangelizzare è un atto di culto! L’anno liturgico in se stesso è formativo. Il tempo ordinario insegna ad andare dietro al Maestro e da Lui imparare a vivere ogni evento come evento di salvezza. Possiamo considerare il lezionario come il “vaso di manna” di ogni giorno.

Il canto alla Vergine ha accompagnato l’ultima giornata dell’assemblea. Il relatore, don Armando Matteo, con un linguaggio accattivante e simpatico, parte da queste battute per introdursi nel tema. Chi non è adulto (nel senso vero del termine) non è in condizione di far diventare altri adulti. E la crisi dell’adultità è anche crisi della cultura vocazionale. Il relatore ha messo l’accento sulla necessità che i formatori debbano essere ‘adulti’ per aiutare i formandi a crescere nel vero senso della parola. Ha definito il profilo di una suora ‘adulta’ con alcune espressioni di papa Francesco: dove ci sono i religiosi c’è gioia; la nota caratteristica della vita consacrata è la profezia; essere esperti di comunione; uscire da se stessi per andare nelle periferie esistenziali; interrogarsi su quanto Dio e l’umanità di oggi domandano.

Mons. Dario Edoardo Viganò ha trattato il tema della comunicazione nel mondo di oggi. I media fanno parte della nostra vita: ormai esiste una società mediale. Le strade della rete servono anche per evangelizzare, ma richiedono inedite tecniche narrative. È necessario tener sempre presente che è nell’incontro personale che si vede la testimonianza, perché la fede si propaga per fascino. Il relatore enumera alcuni problemi per le persone “iperconnesse”: si può scivolare nell’isolamento, diminuzione di umanità, fatica a verbalizzare gli stati d’animo, superficialità… I giovani di oggi, i nativi digitali, hanno un altro modo di ragionare, dialogare, pensare, ma ciò che è comune a noi e a loro è la vita spirituale. Formare significa quindi imparare a porsi domande serie sulla vita. Essere profeti significa imparare a raccontare e a raccontarsi. Non competere con i modelli mondani. Far trasparire nella nostra persona che siamo abitati da Dio e soprattutto non trasformare la vita spirituale in moralità e in regole da osservare. Nel contesto storico e culturale in cui viviamo occorre saper leggere le tracce del Verbo perché Lui è già presente. Il nostro servizio al mondo di oggi è essere fortemente donne spirituali.

Guardando alla nostra realtà possiamo dire di essere già ora ‘profezia’ per il nostro essere intercongregazionali, internazionali, interculturali. Compagne di viaggio e pellegrine verso l’eterno, siamo pronte a rendere ragione della Speranza che è in noi!

Sr M. Umberta Salvadori, Priora generale delle Serve di M. Addolorata – Chioggia